lunedì 9 ottobre 2023

Vaghezze

 Vaghezze

 


         

Spesso sentiamo, specialmente dai non più giovani, 

questo detto popolare che è un condensato di 
''vaghezza'' semantica.

        

''si stava meglio quando si stava peggio''


Può essere, a secondo dei toni usati, domanda o asserzione ma pur sempre una forte ispirazione per l'altrui ''vaghezza''.


Vagamente ambiguo, perché tendenzioso il concetto di cosa sia il ''meglio'' e cosa il ''peggio'' .

Vagamente insensato, perché è bizzarro ritenere che si ''stava meglio'' affermando che si ''stava peggio'' .

Vagamente conservatore, perché denota avversità alle innovazioni e nuove culture.


Coniugando i verbi al presente e invertendo gli aggettivi diremmo :

              ''stiamo peggio ora che stiamo meglio''

e nulla cambierebbe poiché da una asserzione astratta, pensieri astratti, o meglio, estratti di ''vaghezza'' su attualità, cronache e filosofie di vita.

Chiunque, secondo intelletto, cultura, ragioni economiche, questioni di salute, percezione ambientale e quant'altro, può divagare e aggiungere il proprio estratto di ''vaghezza''.

Non resisto e aggiungo il mio.


Finanche la matematica, che non è opinabile, può, per ''vaghezza'' espressiva, diventare soggettiva.

Un esempio :

se chiedo a un gruppo di persone 2 e 1 quanto fa molti diranno 3, pochi 21 e non sbagliano perché ho formulato, volutamente, una domanda di abbinamento con la congiunzione «e» e, non di aggiunta, con un «più».

E' un esempio banale, ma, sufficiente a dimostrare l'importanza dell'uso appropriato delle parole che è il primario strumento di comunicazione per l'uomo, l'unico essere vivente a poterne usufruire e spesso, nella quotidianità, è usato inconsciamente in modo allusivo e generico dando adito a labirinti di fraintesi, equivoci, divagazioni e fantasticherie varie.

Certamente non è il peggior dei mali, anzi talvolta, accomuna le persone in emozioni positive e ilarità con scambi di sorrisi che fanno sempre bene.

Ed ancora, facciamo il classico esempio del bicchiere riempito a metà, molti lo definiranno «mezzo vuoto» altri «mezzo pieno», qualcuno nel modo corretto, «riempito a metà».

Attenzione, non è un test psicologico, non è chiesto cosa ''vedono'' per catalogare ottimisti («mezzo pieno») e pessimisti («mezzo vuoto»),ma semplicemente assegnare un «aggettivo qualificativo» a quel bicchiere e la ''vaghezza'' espressiva stravince sulla giusta definizione («riempito a metà»).

''Vaghezza'' linguistica che può rivelare la disposizione psicologica di un soggetto, come anche di un bisogno corporeo nel senso che se hai sete riterresti il bicchiere «mezzo vuoto», senza questa condizione lo definiresti ''mezzo pieno''.

Le capacità intellettive, gli impulsi interni e le percezioni sensoriali esterne, compongono le parole nelle esternazioni.

Protagora, filosofo del V secolo a.C., così affermava :

'' L’uomo è misura di tutte le cose, per quello che sono così come sono e per quello che non sono così come non sono.''

In estrema sintesi, tutto è relativo alla capacità umana di interpretare e giudicare il tutto.

Tralasciando teorie filosofiche che navigano su acque profonde, resto prudentemente al bagnasciuga sulla spiaggia delle ''vaghezze'' magari al lido «il vagatore» dove puoi, sotto l'ombrellone del dubbio, trovare riparo dal sole cocente delle convinzioni limitanti.

Le ''vaghezze'' enunciate sono visioni multicolori, dense o sfumate, aeree, leggere, elastiche, estrose e innumerevoli, in antitesi alle ''certezze'', (mistiche a parte), che sono immagini in bianco e nero, nitide, rigide, gravose, inalterabili e, per fortuna, non molte.

Le ''vaghezze'', nelle giuste dosi, sono necessarie all'umanità come il condimento alla minestra, danno gusto.

Con le ''vaghezze'' gustiamo il sapore della libertà cognitiva, apprezziamo il profumo della fantasia e gli aromi della speranza.

Succede che a volte si esagera e la minestra diventa indigesta, ma possiamo sempre decidere di mangiarne meno.

Conviviamo con le ''vaghezze'' che svaniscono solo al concretizzarsi di quella funesta certezza che, equamente, prima o poi arriva per tutti e tutti, credo, ci auguriamo che sbagli strada.

Si usa dire «finché c'è vita c'è speranza»

Io direi «finché c'è vaghezza c'è vita»

Si dice anche, ma molto meno di una volta :

''l'umanità è bella perché è varia''

e condivido perché ritengo la varietà, sopratutto di pensiero che diventa comunicazione, un ingrediente essenziale nel minestrone della cognizione umana.

Siamo tutti sulla stessa barca, pardon, sullo stesso pentolone, a volte asfissiati dal fumo, a volte inebriati dagli aromi.

«dalla padella alla brace»?

No!

Restiamo sul pentolone e, ridiamoci sopra, che fa anche bene e ancor meglio se in buona compagnia.

Certo occorre, come si suol dire, restare con i piedi a terra, (io dico sul pentolone) ma ciò non ci impedisce di alzare gli occhi al cielo, non per irritazione o insofferenza, al contrario, per gioiosa coscienza di poter mettere, se vogliamo, le ali delle ''vaghezze'' ai pensieri e volare liberi in un cielo dai mille colori.

''Il pensiero, lo si dimentica troppo spesso, è un’arte, vale a dire un gioco di precisione e imprecisione, di vaghezza e di rigore.''

        (Edgar Morin)

Ed allora : Viva l'umanità con le sue ''vaghezze'' e la lecita libertà di espressione, ovviamente, nel reciproco rispetto.

Una umanità senza semi di ''vaghezze'' sarebbe come un giardino ricco di fiori che non si innaffiano, non appassiscono, non sbocciano ma quel che è peggio, non profumano, sono di plastica.

Che tristezza !


 Burza



venerdì 6 novembre 2020

   

Insidia strisciante

Dovendo necessariamente attraversare una foresta per raggiungere casa ed avendo la possibilità di scelta tra una foresta infestata da leoni e una da serpenti velenosi, scelgo senza esitazione, di percorrere quella abitata dai leoni per questo semplice ragionamento. 

          

La presenza di un leone è evidente,  quella di una vipera è  occulta.

Da un leone posso sfuggire, magari arrampicandomi su un albero.

La vipera, invece, potrebbe celarsi su quell'albero pronta a colpirmi.

Nel percorrere la foresta, starei attento alle macchie di cespugli, alla vegetazione molto fitta, passerei lontano dalle rocce e nascondigli naturali, avanzerei con molta cautela, affinerei l'udito per percepire qualche ruggito o qualche altro rumore sospetto.

Per la notte, o per riposare, potrei trovare riparo appollaiato su qualche grosso albero e aspettare il giorno. 

Userei questa tattica non per sfuggire alla belva, ma per dispormi alla sfida intrapresa in modo ottimale, usando perseveranza, tenacia e intelligenza per vincerla e, da vincente, proverei a domarla e averne padronanza, ma nel reciproco rispetto.   

Con i serpenti l'impresa è impossibile, tra noi e loro c'è primordiale “inimicizia”.

Sanno mimetizzarsi con successo tra l'erba e le foglie al punto tale che rischi di calpestarli ed essere morso.

Non hai nessuna evidenza della loro presenza, possono essere dappertutto, a terra, sugli alberi, tra le rocce e perfino nei corsi d'acqua.

L'uomo, nel corso dei secoli, lo ha raffigurato come simbolo atavico dell'inganno e del male assoluto e tutt'ora di una persona ritenuta perfida e traditrice, si usa assimilarla ad un "serpente".  

Insomma, meglio affrontare consapevolmente e con determinazione la minaccia che si palesa, che essere colti di sorpresa da un pericolo infido e celato.

Meglio il terrorizzante, ma leale ruggito di un leone, che il subdolo e velato sibilare del nemico strisciante alle spalle.

Con una salda volontà di intenti, un giusto equilibrio tra prudenza e tenacia, la necessaria pazienza e un pizzico di fortuna, che occorre sempre, credo di poter arrivare a quella casa e sarà davvero mia.

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    Morale

La foresta è la vita  e i leoni sono il sacrificio, l' impegno, la costanza, il dovere, la responsabilità. Purtroppo questa foresta dei leoni, l'uomo vanesio e pusillanime, la evita, non vuole affrontarla.

Preferisce percorrere quella ritenuta meno impegnativa, quella dei serpenti.

Questa insidia strisciante si chiama: indolenza, vacuità, sregolatezza, instabilità, vizi.

E' ammaliante, suadente, insidiosa, non ruggisce, non ti mette in allerta ma in uno stato incosciente  di falso appagamento per poi colpirti vilmente.

Ed allora, quando poi ti desterai da quel mellifluo torpore, sarà molto tardi e a casa, in quella casa, non entri più.

Quella casa si chiama dignità e tanti, vittime dell' insidia strisciante, non vi entreranno mai. 

 A te la libera scelta, ma ricorda : le strade in salita sono più faticose, ma portano in alto

          Burza

sabato 26 settembre 2020

L' Indifferenza


 L’Indifferenza

Un diffuso luogo comune attribuisce all'indifferenza il primato del peggiore tra i mali.
E' opinabile ?
E' soggettivo ?
                                        Sarà vero ?

Una cosa è certa, l'unica “verità assoluta” che possiamo senz'altro affermare, è che nessuno può vantarsi di conoscerla.
Possiamo, però, fare delle riflessioni, dei ragionamenti stando attenti a non lasciarci condizionare da visioni troppo personali, bensì disponendoci ad aprire la mente al pensiero comune e generalizzato e quindi individuare le possibili cause che lo determinano.
Allora proverò ad argomentare su questo luogo comune.

I mali, quali sono ?
Tutti noi, purtroppo ne abbiamo conoscenza, in diverse misure li subiamo o li procuriamo.

La cattiveria, l’invidia, l’egoismo e perfino l’odio, sono sentimenti, negativi, ma comunque sentimenti, cioè vita in quanto modellati dal temperamento individuale, dall’esperienza personale, dall'intelletto e dai valori morali posseduti.
La cattiveria può essere debellata dal ravvedimento, l'invidia sconfitta dalla gioia, l'egoismo annullato dall'altruismo, l'odio cancellato dalla tolleranza, dal perdono e addirittura può diventare amore.
Insomma, quanto produciamo nella mente possiamo sempre modificarlo o cambiarlo.

Ma l'indifferenza cos'è ?

Molto semplicemente, l'incapacità di provare qualsiasi sentimento, sostanzialmente diversa dall'apatia che è negazione consapevole di sentimenti e passioni, cioè una scelta e le scelte sono possibili quando si ha coscienza di alternative.
L'indifferenza non è una scelta, è disumana inerzia sociale e morale, passività esistenziale.
L'indifferenza, nel “posseduto”, è il coma dello spirito.
Un essere “non essere”.
Il “posseduto” è come un albero senza linfa vitale, non buono neanche per il fuoco, perchè le sue fiamme non riscaldano, non danno luce né conforto a nessuno.
Quelle fiamme bruciano solo in quel “non essere” prigioniero della sua stessa oscura e gelida solitudine esistenziale, o meglio, indifferenza.
E’ un morto, ma non può saperlo perchè non ha mai conosciuto la vita.

Non è una vittima, non è un malato, è “solo” ai confini dell'umanità.

Concludendo
L'indifferenza è il peggiore dei mali ?

Per milioni di sofferenti, bisognosi, filantropi e altruisti : SI ;
Per milioni di egoisti, apatici, prepotenti e insensibili : NO (ma tra questi si celano tanti “indifferenti” dicasi anche “posseduti”)

Burza

venerdì 24 aprile 2020

Quarantena - compito a casa






Compito a casa : QUARANTENA
                            ovvero risvegliare il dormiente che è in noi
 


Procedura forzosa necessaria: 
esiliare dalle vecchie abitudini e sbucciare i frutti della mente, aspirare il profumo dello spirito e saziarsi del cibo di verità.

Attivazione

Nella primissima fase saremo indaffarati in casa a fare cose che ci proponevamo
di fare ma che poi, per impegni o mala voglia, mai abbiamo fatto.
Molti scopriranno che in casa esiste la cucina, su qualche scaffale dei libri, sul divano una mamma a rammendare, un televisore "maggiorenne" sintonizzato su emittenti locali, vecchie foto in vecchie scatole di scarpe, o quelle di latta per biscotti di un tempo, con vecchi ricordi e vecchie emozioni, vecchie, tanto vecchie, che sembrano nuove.
Nuovi i balconi e le finestre difronte, musica soave il cinguettio degli uccellini, rasserenante il vociare del vicino, gaia la libertà del randagio.
E bello sarà il sano pensare, l'amore del conforto, il giusto apprezzare, il doveroso rispettare, il saper ascoltare e anche, il molto parlare.

Funzioni principali :

Riflettere sulla caducità umana, sul dono della salute, sulla sacralità dell'amicizia, sulla ricchezza della 
famiglia unita, sulla miseria della vanità, sul veleno del rancore, sulla gioia del perdono, sul mistero della vita.

Risultati ottenuti :

Apprezzerai ciò che possiedi e non ti dannerai per quello che non hai ;
Guarderai indietro e porgerai la mano a chi fatica ad avanzare ;
Al male che aggredisce, non dirai "perché proprio a me", come mai lo diresti all'arrivo di una fortuna ;
La tragedia non ti abbatterà, ma sarai più forte e saggio.

Obiettivo finale :

Davanti allo specchio, ripensando a quel che eri, avrai il desiderio di sputarti in faccia. 
Trattieniti, ma solo per rispetto dell'igiene. 

    Burza

lunedì 6 aprile 2020

nella tempesta

          Nella tempesta




L'uomo, dal principio, in tutte le epoche, ha sempre dovuto subire il dominio della natura sulla sua umana fragilità.
Ecco, appunto, la natura.
Ogni tanto ci ricorda universalmente che siamo, comunque, a lei sottomessi nonostante i progressi raggiunti.


E' vero, siamo usciti dalle caverne, abbiamo le comodità di una casa, possiamo parlare e vederci in video chiamate, viaggiamo per terra, mare e aria in tutta comodità e velocità, abbiamo messo piede sulla luna e scrutato il cosmo.

Ma sfidiamo continuamente la sua sovranità e la feriamo, con gli inquinamenti e sopratutto, con la superbia di chi crede di poterla assoggettare e modificare a proprio piacimento.
Volendo sceneggiare questa situazione, immaginiamo un bambino che pesta un piede ad un gigante.

Quel "bambino" non è lo scaltro Davide e quel "gigante" non è lo sprovveduto Golia.
Quel "bambino" è, appunto, il bambino incosciente e capriccioso con tutti i suoi limiti.
Quel "gigante" è il Padre provvido di quel "bambino".

Un bambino deve crescere, ma deve anche essere educato e redarguito quando si illude di essere padrone del "tutto" pur non essendolo neanche di se stesso.
Il "gigante", la natura, ovvero il "Padre" ogni tanto farà sentire la sua voce.
Le malattie, le epidemie, i terremoti, sono i suoi rimproveri, la sua voce.

Allora ci rendiamo conto della nostra vulnerabilità, della piccolezza del nostro "essere"  al confronto con quel "gigante" che non è un castigatore ma neanche, e giustamente, un "Padre" perennemente passivo alle pedate di bambini che mai ringraziano per i doni ricevuti ma si impauriscono e si lamentano per i castighi inflitti, percepiti come ingiusti e crudeli, per poi, passata la sventura, ricadere nelle stesse mancanze e vanaglorie.

Nella tempesta il marinaio impreca, si dibatte, ha paura ma impara.
Impara ad apprezzare il bel tempo e aver rispetto e fiducia in quel "gigante", ovvero "Il Padre".
Chi non ha mai navigato nella tempesta, non può definirsi un vero marinaio, quindi anche le tempeste servono. 
Servono a migliorarci e crescere.
     
                 Burza

sabato 26 ottobre 2019

Il silenzio non è sempre d'oro

Il silenzio non è sempre d'oro

Confrontarsi nella quotidianità solo con persone confacenti al proprio gradimento, vuoi per semplice simpatia o per qualsiasi altro vacuo motivo di appagamento, è una tendenza talmente radicata nelle relazioni umane da far apparire incomprensibile, ai più, la disponibilità e la capacità di alcuni a rapportarsi e dialogare senza remore con chi ha idee e interessi diversi o indole caratteriale ritenuta "bizzarra", ovviamente nel moralmente accettabile e nel lecito.
E' da scavalcare, invece, quel confine che include solo e soltanto interazioni sociali basate sui “silenzi rumorosi” cioè parlare senza dire nulla, sui convenevoli, sulle argomentazioni banali e frivole, sui pettegolezzi e luoghi comuni, che sono per molti, le uniche gradite perchè non richiedono alcun impegno intellettivo o azioni empatiche, ma che soddisfano aspettative egoistiche e che solitamente, sono traboccanti di ipocrisia.

Egoistiche perchè non esprimendo opinioni proprie su argomenti seri, nell'errore o nel giusto, non si dà nulla di sè.
Esternare serenamente il proprio pensiero, senza pretesa di approvazione,  è altruismo, è generosità.

Ipocrite perchè l'evitare un contraddittorio su un'opinione o idea non condivisa, è mancanza di sincerità.
Se si tace, perchè preoccupati delle reazioni e considerazioni altrui, su qualcosa che riteniamo giusta ma contraria ad un pensiero relativamente diffuso, diventiamo inclini alle falsità e tolleranti alle ingiustizie. 

Il silenzio non è sempre d'oro
        .... c'è un tempo per tacere e c'è un tempo per parlare

Molti vedono solo i confini in cui muoversi.
Alcuni, fortunatamente, vedono anche gli orizzonti.

Tutto sommato, sono proprio le diversità a rendere bella l'umanità.

    Enas

Azione e rAzione





Azione e rAzione

Due amici di vecchia data passeggiano parlando di banalità e altre frivolezze.
Si conoscono da molti anni e hanno interessi e caratteri molto diversi, ma ciò nonostante, stanno bene insieme proprio per la loro diversità che stimola sempre un costruttivo e amabile confronto.

Il più anziano, insegnante in pensione, è un filantropo senza portafoglio, l'altro un commerciante, prossimo anch'egli alla pensione, un abile cultore nel suo lavoro, della ''cortesia da mercante''.
Ad un certo punto, il filantropo, con tono serio e perentorio, chiede all'amico :

«preferiresti avere un milione di euro o un milione di amici ?» 

il commerciante, riflette un attimo e con fermezza risponde :

«un milione di amici !»

Il filantropo apprezza molto la scelta non materialista dell'amico  ed elogiandolo, incomincia un sermone sulla vera ricchezza che non è data dal denaro, ma dalla capacità di saper amare il prossimo condividendone i problemi, la disponibilità al conforto, all'aiuto morale.
Aggiunge, inoltre, che secondo lui, una persona ricca ha spesso il dubbio di essere ben voluta e rispettata per quello ''che ha'' e non per quello ''che è'', di conseguenza diventa inconsciamente diffidente e questo sentimento negativo incrina un rapporto di sincera amicizia e,  tirando un sospiro, conclude con il famoso detto :
   «chi trova un amico, trova un tesoro»

A questo punto il commerciante sbotta :
«appunto, la questione è proprio questa, un milione di euro sono pochini rispetto ad un milione di amici.  Se questi ti fruttano cinque euro ciascuno, lo capisci che ne prendi cinque di milioni di euro ?» 

e aggiunge dopo una breve pausa :

«tu sai che io ho l'anima del commerciante, l'indole al profitto economico, quindi per me la scelta è stata naturale. Per una questione di numeri, preferisco il milione di amici che potenzialmente possono concretizzare un introito ben superiore al milione di euro. 
Piuttosto tu, che sei un altruista e, non offenderti, con risorse economiche appena sufficienti alla tua dignità, dovresti preferire il milione di euro per aiutare, anche economicamente, chi ha bisogni primari di sopravvivenza. 
Come vedi, io sono coerente con la mia natura materialista, tu come benefattore, non lo sei del tutto perchè non capisci che lo spirito (buone azioni, empatia, amore), ha bisogno anche del corpo (denaro, beni primari). 
E' vero, non si vive di solo pane, ma se ti manca anche quello ?»

il filantropo, accennando un sorriso in una mimica d'assenso, pacatamente ribatte :

«caro amico, la tua riflessione è una ulteriore conferma di quanto sia importante e necessaria la diversità di pensiero degli uomini, che nel sereno confronto, si arricchiscono, crescono, si migliorano. 
 Io sono propenso all' azione di bene, tu alla razione di beni.
  Sono entrambe necessarie.» 
     
    Enas

venerdì 18 gennaio 2019

La fede in Dio


  
La fede in Dio La fede è per predestinazione,
è un dono misterioso. 
Un dono, concesso fin dalla nascita assieme 
al libero arbitrio, che è dato a tutti. 
Predestinato, perché proviene dalla 
prescienza di Dio, che conosce in anticipo, 
come useremo il nostro libero arbitrio.
Misterioso, perché non conosciamo i disegni di Dio.

Credere in Dio, proviene dalla cultura religiosa della società 
in cui viviamo, ma la vera fede non viene accesa da fattori esterni, è molto 
di più, proviene dalla grazia Divina.

Credere,è sapere umano, dottrina.

La fede, è comunione con Dio.


Chi ha fede in Dio, non lo teme, perché non si può temere, Colui che si ama, e ci ama.
Chi ha fede in Dio, lo rispetta e lo glorifica osservando i Suoi Comandamenti.

Avere “Il timor di Dio”, è avere il dubbio, per le nostre umane debolezze, di 
non essere degni del Suo amore.
E'  indispensabile per il  nostro progresso spirituale.

Chi ha fede non crede ai castighi di Dio, crede alla Sua giustizia e alle necessarie 
prove da sopportare e superare.

Dio non è un castigatore, è un Padre giusto e misericordioso.

                    Chi crede, prega e chiede.
                 Chi ha fede, prega, chiede, e, mai dispera.
                                                                                                
                                                                                            Enas